lunedì 18 maggio 2015

Fratello, dove sei? – continuando a scoprire i Coen

fratelloO Brother, Where Art Thou?

Produzione USA|2000
Regia Joel Coen
Soggetto liberamente ispirato all'Odissea, Omero
Sceneggiatura Joel Coen|Ethan Coen
Fotografia Roger Deakins
Musiche T-Bone Burnett|Carter Burwell

Con George Clooney|John Turturro|Tim Blake Nelson|John Goodman|Holly Hunter|Chris Thomas King|Charles Durning|Michael Badalucco

 

Non posso dirvi quanto sarà lunga quella strada, ma non temete gli ostacoli lungo il percorso, poiché il fato vi ha accordato una ricompensa. Anche se la strada è tortuosa e il cuore scoraggiato e afflitto, voi seguite il vostro cammino, seguitelo fino alla vostra salvezza.

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Sono solo alla seconda tappa del mio recupero dei film dei fratelli Coen e scopro che probabilmente li ho sempre pensati meno poliedrici di quello che in realtà sono.
Infondo in questo film penso parlino della stessa cosa di cui parlavano in Fargo, gente che sceglie di cosa riempire la propria vita e non ha il minimo indizio su come si debba fare, ma qui la cosa è vista da un'altra prospettiva, una completamente diversa, e anche la tecnica narrativa è tutt'altra.
Bravi i Coen dunque (spero non detto troppo in fretta), per la capacità di spaziare tra le tante e varie sfaccettature di questa umanità. Li pensavo incastrati nella tanica del sangue finto e sono contenta di scoprire che non è così.
Fratello, dove sei? È una storia ambientata negli Stati Uniti d'America in quegli anni che, molto meglio di come l'han fatto i libri di scuola, ci sono stati magistralmente raccontati da alcuni tormentati romanzieri statunitensi del ventesimo secolo: gli anni della grande depressione. Tuttavia, nonostante l'ambientazione, il film non cerca di raccontare dei fatti storici, ma è l'essere umano al centro dell'attenzione.
Il protagonista prende in prestito il nome dall'eroe del poema epico per eccellenza, Ulisse, e la maggior parte degli episodi narrati richiamano proprio l'Odissea, ma nel complesso il film è decisamente più cavalleresco che epico. Infatti presa in giro della realtà, un velo di grottesco e quella giusta dose di umorismo demenziale ne sono caratteristica fondamentale.
Il protagonista e i suoi due compagni, Delmar e Pete, sono prigionieri condannati ai lavori forzati e intraprendono una rocambolesca fuga con l'idea di rifarsi una vita recuperando la refurtiva del grosso colpo che aveva incriminato Ulisse. Inizia così un viaggio verso questo grosso malloppo, il loro tesoro, durante il quale si scontreranno con i tanti riferimenti Omerici che i Coen hanno voluto prendere in prestito e stravolgere a modo loro. Scroccheranno un fortuito passaggio ad un Tiresia cieco che guida un carrello ferroviario. Poi subiranno il fascino delle sirene e non saranno astuti quanto l'Ulisse originale nei confronti del gigante Polifemo. Ci saranno trasformazioni di uomini in animali, un nume fortemente arrabbiato sempre pronto a mettere a dura prova l'eroe e i suoi compagni e una Penelope decisamente diversa dalla moglie che con l'ingegno resisteva agli avidi Proci. Inoltre assisteremo ad un'esemplare strage di vacche, tale che se fossero state di proprietà di qualche dio non sarebbe certamente finita bene.
Nella loro sceneggiatura i due fratelli giocano con tutto questo, senza la seria volontà di fare una citazione colta, forse lo fanno più perché è una cosa divertente. Infatti il filo rosso principale non è da ricercare negli avvenimenti riportati.
Ci sono altri aspetti unificanti in questa avventura, uno particolarmente interessante è quello musicale: l'azione è scandita da canti della tradizione americana, in particolare del sud degli Stati Uniti, e brani degli anni venti, country, blues e gospel. Una musica che non è priva, nella sua origine, di forti implicazioni sociali, ma anche senza contare questo fatto, è un genere per niente ostico da ascoltare che s'addice alla storia e dà al tutto un'armonia ed un colore speciali.
Il carattere musicale va poi sapientemente ad intrecciarsi con un altro piano della narrazione, quello della satira alla campagna elettorale. Anche qui sono disseminati riferimenti a personaggi esistiti realmente, anche qui più per divertimento che altro, perché l'intento è poi quello di dipingere un affresco generico che calzi bene con una buona fetta di (dis)umanità.
In mezzo a tutti questi dettagli, così tanti che coglierli tutti è improbabile, quello che chiude il cerchio è il cambio di rotta prima del finale. L'odissea dei tre personaggi acquista un significato diverso quando la verità viene a galla. Perché più del tesoro Ulisse brama tornare a casa, casa che non importa dove sia, ma è il luogo dove vorremo sempre ritornare e dove se siamo fortunati e anche un po' astuti avremo sempre qualcuno ad aspettarci, pronto a riconoscerci.
Se vogliamo trovare un difetto a questo film è proprio su questa conclusione che, seppure azzeccatissima, mette da parte con una certa fretta i personaggi di Pete e Delmar, ma per il resto è una commedia on the road tutta particolare, con un'ottima fotografia ed eccellenti interpretazioni.

Ho detto il mio pensiero e ho contato fino a tre.

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fratello dove sei

4 commenti:

  1. Una delle mie versioni preferite dell'Odissea, ma con un Ulisse molto più canterino e intonato ;-) Gran film! e ottimo commento. Cheers!

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    1. grazie e cheers anche a te! :)

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  2. Concordo con Bara e con la riflessione sul finale. Ottimo film!

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    1. mi fa piacere che siamo d'accordo!

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