sabato 18 marzo 2017

Kubo e la spada magica: contro i vuoti di memoria


Non battete ciglio, da ora!
Vi avverto...
Se dimenticate una parte del racconto,
anche solo per un istante,
il nostro eroe
di sicuro
perirà!”

Kubo e la spada magica aveva originariamente un titolo più coerente col suo contenuto, ossia Kubo and the two strings, due corde. Due corde molto particolari delle tre di un strumento musicale giapponese che era utilizzato in una cultura teatrale di cui io non so dirvi nulla perché sono ignorante.

 
Pizzicando le corde di questo strumento Kubo, un bambino senza un occhio, è capace di animare degli origami che lo aiutano a raccontare le sue storie in paese, ma è un cantastorie che non riesce mai a finire i suoi racconti.
Questo probabilmente perché nemmeno sua madre ci riesce, non può più raccontargli le storie della sua famiglia o le gesta di suo padre guerriero, perché è malata, o meglio provata, ci appare quasi come una donna stanca di vivere e invece è solo impossibilitata a ricordare la vita.
Purtroppo è proprio da quel ricordare che scaturisce la magia.
Ricordare è sapere chi siamo e sapere chi siamo è vita, è una cosa potente come una magia. 
 

Il ragazzo si troverà a dover affrontare i suoi nemici, il suo malvagio nonno e le sue zie, anche loro magici, che gli rubarono l'occhio quando era neonato e ora per qualche ragione vogliono l'altro. La storia assume allora la classica struttura archetipica del “viaggio dell'eroe”. Se è vero che di base la storia ha questo valore universale, i riferimenti culturali, i simbolismi, le tecniche narrative e l'ironia che si possono trovare in Kubo sono di origine mista, un incontro tra l'oriente e l'occidente.


Molto bello anche l'arrangiamento orientaleggiante interpretato da Regina Spektor di una già bellissima di suo “While my guitar gently weeps” (George Harrison) e il testo di questa canzone si incastra perfettamente con la sottotrama che corre attraverso questo film.

Sapevate che l'ispirazione per questa canzone venne ad Harrison leggendo un testo classico cinese? (che probabilmente sarebbe in tema, ma non vi dirò di più perché anche qui prevale l'ignoranza)
Sapevate che l'espressione gently weeps l'ha scelta aprendo a caso un libro?
Eppure, per quanto casuali le parole possano sembrare, sono il mezzo di chi racconta.

 
I look at you all see the love there that’s sleeping
While my guitar gently weeps
I look at the floor and I see it needs sweeping
Still my guitar gently weeps

vi guardo tutti, vedo l'amore là che sta dormendo
Mentre la mia chitarra piange dolcemente
Guardo il pavimento e vedo che ha bisogno d'essere spazzato
Ancora la mia chitarra piange dolcemente

I don’t know why nobody told you
How to unfold your love
I don’t know how someone controlled you
They bought and sold you

Non so perché nessuno ti abbia detto
di come rivelare il tuo amore
Non so come qualcuno ti abbia controllato
Ti hanno comprato e venduto

Kubo parla anche di educazione. Educazione intesa come tramandare memoria. Come parole che svelano qualcosa all'umano, racconti che svelano l'umano.

Il potere delle parole è grande, controllare il linguaggio è controllare il pensiero.

Perché nessuno ci ha spiegato come rivelare il nostro amore? (chiede George Harrison e chiedo anch'io)
Perché non discutere di come comunicare ciò che abbiamo dentro?
Se non lo faremo rimarrà un posto vuoto, giusto lo spazio che qualcuno riempirà con altre parole, con parole che possono controllarci, comprarci e venderci.

Io vedo, guardo tutti, mentre la mia chitarra piange dolcemente.
Ossia, mentre trascorro la mia vita, io posso vedere l'amore nascosto dentro ognuno, posso capire se una cosa è sporca, se il pavimento ha bisogno d'essere spazzato, allora come è possibile traviarci, corromperci, capovolgerci?

Basta pochissimo. Riempire i nostri spazi vuoti, i nostri vuoti di memoria, con parole corrotte, ambigue. Allora non vedremo più, potremmo non notar più nemmeno che il mondo gira.

I look at the world and I notice it’s turning
While my guitar gently weeps
With every mistake we must surely be learning
Still my guitar gently weeps

Guardo il mondo e noto che sta girando
Mentre la mia chitarra piange dolcemente
Da tutti gli errori staremo certamente imparare
Ancora la mia chitarra piange dolcemente

I don’t know how you were diverted
You were perverted too
I don’t know how you were inverted
No one alerted you

Non so come tu sia stato sviato
Sei stato anche traviato
Non so come tu sia stato capovolto
Nessuno ti ha avvisato

In definitiva il bene bisogna raccontarlo. Sempre. Ai figli, a quelli più piccoli di noi. 
Quando saremo noi ad averne bisogno i piccoli sapranno raccontarlo a loro volta, perchè saranno uomini.
Questo bene di cui parlo non è un invenzione, va tramandato, le corde da suonare sono le nostre radici, sono memoria, per questo sono più forti del male.

É vero che Kubo vuole raccontare tutto questo e dire di quanto siano importanti le storie, quelle che svelano il bene, l'amore, quelle che portano una memoria, ma è anche vero che questa è una sottotrama e salta fuori in maniera vagamente disordinata. Mentre il racconto principale scorre con un ritmo altalenante.
C'è qualcosa nella narrazione che la fa apparire come un po' sfilacciata, ma non sbagliata. Pensandoci credo che sia il fatto che gli antagonisti ci si presentino nelle loro vere motivazioni solo alla fine. Che il timore di Kubo di perdere anche l'altro occhio racchiuda anche un significato simbolico lo riusciamo a cogliere solo nel momento conclusivo.
Tra l'altro è un momento conclusivo atipico, in cui tutti sanno che cosa devono fare tranne te spettatore, che ci devi riflettere un attimo, inevitabilmente si alza il sopracciglio, pensi che sia un finale infantile, ma poi capisci che è l'unico sensato, capisci che non sta succedendo nulla di troppo strano rispetto a quanto detto dal film fino ad allora, stanno solo raccontando il bene al malvagio re Luna, stanno colmando i suoi vuoti di memoria che prima erano grumi di odio per la vita.

L'effetto complessivo del film è piacevolissimo, a me ha lasciato una sensazione di dolcezza inconsueta. Il fatto è che questo film è un ibrido colto: cerca di condensare insieme due culture di cinema d'animazione e se non ci riesce del tutto o non riesce ad essere proprio accessibilissimo è comunque un peccato veniale a mio avviso. Perché in realtà c'è molto nel calderone di Kubo, a tratti troppo e in un ordine un po' destabilizzante.
Ma è molto meglio lasciarsi destabilizzare ogni tanto, piuttosto che essere irretiti dalla solita melodia.

In ogni caso c'è un aspetto sul quale saremo tutti d'accordo. 
L'animazione di questo film è davvero spettacolare, una combinazione perfetta di tecnologia digitale e animazione stop-motion.

Ormai abbiamo tutti presente quali meraviglie possa fare la computer grafica nel creare personaggi e paesaggi dei film d'animazione, ma i protagonisti e le ambientazioni di Kubo non sono ricostruiti in digitale, sono stati fabbricati artigianalmente e ripresi con la tecnica dello stop-motion per creare il movimento e l'azione. E che azione, in questo caso!
Da pazzi il lavoro che deve esserci stato dietro. Impressionanti le soluzioni robotiche (si dice così?) che sono state escogitate per le complicate scene d'azione con certi personaggi anche molto grandi.
Ammetto di non avere mai visto altri film della Laika, ma in questo vi ho percepito un controllo che mi ha davvero colpita. Sarà colpa del mio essere neofita del genere, ma io dico chapeau!

Questi per farvi un'idea:


 

1 commento:

  1. è stato molto sottovalutato. E sì ha problemi nel ritmo, o forse come dici tu bastava tagliarlo più breve, ma c'è della roba bellissima in questo film! ;)

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