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lunedì 30 gennaio 2017

Arrival


Arrival è il nuovo film di Denis Villeneuve. É fantascienza. E a questo punto possiamo dirlo con una sicurezza in più: Denis, per quanto è possibile, siamo tutti un po' più speranzosi riguardo al nuovo Blade Runner! Non deluderci.

Dodici ufo identici arrivano sulla Terra in dodici diversi punti del mondo. Inizialmente non sembrano voler tirare fuori raggi disintegratori o simili, per cui gli americani, come se cose del genere accadessero tutti i giorni, sono prontissimi ad un'operazione militarmente organizzata per tentare una comunicazione con gli ospiti. Gentili seppioloni, motivo della visita? Affari o piacere?
Per l'ardua impresa vengono convocati sul luogo dell'atterraggio statunitense un fisico e una linguista esperti. (rispettivamente JeremyRenner e Amy Adams)
Raccontata così sembrerebbe la trama di un nuovo Indipendence Day, non vi pare? Eppure Arrival non è quel genere di film. Infatti deve molto di più ad un Interstellar come genere, stile e tematiche, ma se in quel caso c'era il brivido del viaggio spaziale, qui il viaggio è puramente emozionale, i piedi restano per terra, il comparto effetti speciali e quello scenografia non si sono dovuti inventare pianeti di altre galassie, ma il potere della fantascienza, quello di portarti in uno spazio potenzialmente sconfinato e farti conoscere l'uomo in un numero quasi infinito di alieni, c'è tutto. 

 
Il film, che procede inizialmente adagio, una sorpresa dopo l'altra, beneficia di quella affascinante suspense a ritmo lento di Villeneuve e ti fa assaporare in maniera testardamente piena e sentita l'inizio di una storia già sentita più volte: il primo contatto con la creatura aliena. Siamo insieme alla Adams, e nel realizzare che presto vedremo l'alieno per la prima volta temiamo con lei. Poi, grati al capo delle operazioni per aver dato voce ai nostri dubbi, la ascoltiamo mentre ci fa presente la complessità del linguaggio e quanto questo sia profondamente legato al nostro modo di essere, probabilmente diversissimo rispetto a quello degli alieni. Infine gioiamo dei sui progressi e anche questi li viviamo alla stessa maniera, uno per uno, per tutto il primo tempo.
Arriva il secondo tempo: cosa sono venuti a fare sulla terra? Ora magari siamo già in grado di chiederglielo, di fare un tentativo. Forse siamo giunti alla fine dell'avventura, all'epilogo. Oppure potrebbe essere solo l'inizio. In fin dei conti, che abbiano buone o cattive intenzioni, prima o poi gli alieni se ne andranno, prima o poi il film finirà, eppure quell'incontro ci avrà cambiato per sempre.
Così è la vita, così è il fatto che possiamo comunicare con il prossimo, il fatto che possiamo abbracciarci per dirci che ci vogliamo bene, che potremmo imparare a comunicare in maniera nuova e questo ci farebbe nuovi.

Il film secondo me non è una torre incrollabile, se lo sceneggiatore lo avesse pensato qualche giornata in più avrebbe potuto far risaltare meglio il personaggio di Renner, oppure avrebbe potuto dare equo spazio ad ognuno degli interessantissimi pezzetti di sotto trama, o un gusto più accattivante ad alcuni dei dialoghi.
Tuttavia vien da dire questo solo ripensandoci a freddo, perché il film emoziona e cattura dall'inizio alla fine con una regia solida e penetrante e un'estetica semplice, a cui non servono i colori della galassia, per portare l'universo nel film.


“Era tutto molto bello, su quella scaletta... e io ero grande con quel bel cappotto, facevo il mio figurone, e non avevo dubbi che sarei sceso, non c'era problema.
Non è quello che vidi che mi fermò, Max
È quello che non vidi.
Puoi capirlo? Quello che non vidi... In tutta quella sterminata città c'era tutto tranne la fine.
C'era tutto.
Ma non c'era una fine. Quello che non vidi è dove finiva tutto quello. La fine del mondo.
Tu pensa a un pianoforte. I tasti iniziano. I tasti finiscono. Tu lo sai che sono 88 e su questo nessuno può fregarti. Non sono infiniti, loro. Tu sei infinito, e dentro quegli 88 tasti la musica che puoi fare è infinita.
Questo a me piace. In questo posso vivere.
Ma se io salgo su quella scaletta, e davanti a me si srotola una tastiera di milioni di tasti, milioni e miliardi di tasti, che non finiscono mai, e questa è la verità, che non finiscono mai... Quella tastiera è infinita.
Ma se quella tastiera è infinita allora su quella tastiera non c'è musica che puoi suonare. E sei seduto sul seggiolino sbagliato: quello è il pianoforte su cui suona Dio.”

(Novecento, A. Baricco)


martedì 3 novembre 2015

Come se avessi visto molti "thriller": Prisoners, The Tall Man, The ledge

Torno al mio posticino su internet un po' vergognandomi e il motivo è questo:
Non commento, sono molto delusa da Sam! Ma ho tanta voglia di recuperare anche se poco tempo per farlo. Riuscirò a mettere due cifre di fianco a novembre? Chi vivrà vedrà.

Ho diviso circa per generi i film che ho visto nell'ultimo mese di cui non ho parlato ed ecco qui il primo gruppo. Ne parlerò molto brevemente.

Oggi si parla di thriller!