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sabato 23 novembre 2019

Le Mans '66 - la grande sfida


In Les Mans ‘66 siamo, lo ricorda il titolo, a metà degli anni sessanta e la Ford Motor Company è in crisi. Ha bisogno di rilanciare il suo marchio e dunque quegli individui poco raccomandabili del reparto marketing propongono a Henry Ford II di pensare come Ferrari e di produrre una macchina da corsa. Perché, lo dimostrano i fatti: le auto di Ferrari sono un simbolo, un simbolo nella cultura popolare, vogliono dire vittoria, e la gente vuole questo: indossare un simbolo di vittoria, bere un emblema di felicità e altrettanto vuole guidarlo, vuole esporlo. La gente non vuole un’auto, vuole un segno di riconoscimento.

Fatto sta che Ford decide di imbarcarsi in questa impresa, pensando di sfruttare il suo vantaggio economico per entrare in competizione con Ferrari, allora imbattuta, ed è qui che scende in campo Carroll Shelby, ex pilota agonistico ritiratosi per un problema di salute, fondatore della Shelby-American, azienda che all’epoca produceva una propria macchina da corsa: la Cobra. Veicolo su cui il massimo commento che io posso fare è: figo il nome!

Infatti non sono un’amante di auto, corse, motori e cose di questo genere, anzi non le sopporto proprio. Ciò che invece amo è il cinema che riesce a farmi emozionare anche con qualcosa di cui nel quotidiano non mi interesso minimamente, e badate che ci riesce ogni volta ma io continuerò comunque a stupirmene. D’altronde il gioco è facile, il denominatore comune tra lo spettatore e qualunque cosa possa essere narrata è sempre uguale ed è presto detto: è l’essere umano. Raccontami in che modo c’entra l’uomo e io penderò dalle tue labbra.

➤Se arrivi da Instagram hai letto fin qui

sabato 9 aprile 2016

Con poche parole: Race – Il colore della vittoria

Dopo un primo tempo piatto e poco accattivante la seconda parte si fa più cinematografica. Questo però non basta per poter concedere al film un voto d'eccellenza.

La parola race in inglese significa corsa/gara, ma anche razza. Volendone fare un problema linguistico, nel 2016 bisognerebbe avere già chiaro che il concetto di razza non si può utilizzare se stiamo parlando di uomini, infatti siamo tutti della stessa categoria: siamo esseri umani, una sola razza. Ma ancora tuona il cannone!
Ottant'anni fa, epoca dei fatti di Race, questo concetto era ancora meno chiaro (o così preferiamo semplicisticamente dire) ed è anche di questo che vorrebbe parlare il film mentre racconta la storia dei successi dell'atleta nero Jesse Owens alle olimpiadi di Berlino del 1936. Per via delle politiche razziali che stava intraprendendo la Germania, molte nazioni scelsero di boicottare l'evento, l'America decise invece di parteciparvi. 

Il film fa il suo dovere narrativo, se così si può dire, ma nulla di più.
La sceneggiatura è quasi interamente scritta col manuale del film biografico-sportivo e questo è probabilmente il suo punto più debole. I momenti che alla fine risultano pensati e scritti appositamente su questa storia, su queste vicende, sono pochi, troppo pochi. 
Il risultato è che tra il pubblico c'è chi non si accontenta e pensa che avendoci messo un po' di scrittura in più questo film avrebbe potuto essere più comunicativo, magari avrebbe rischaito di diventare meno concreto, ma forse sarebbe stato più vero.
In fondo non è questo il cinema?